Una casa dura più di una famiglia
In gran parte d’Europa il nucleo domestico più diffuso non è più la famiglia: è la persona sola. Le famiglie di un solo componente sono ormai oltre un terzo del totale, in crescita costante, mentre le coppie con figli arretrano. Eppure continuiamo a disegnare case attorno a un modello, due genitori, dei figli, e una gerarchia di stanze che lo mette in scena, che descrive una minoranza sempre più piccola di chi quelle case le abita davvero.
Il problema, prima ancora che sociale, è di tempo. Una casa dura tra i cinquanta e i cent’anni. Una configurazione familiare, in media, molto meno: ci si separa, i figli se ne vanno, qualcuno resta solo, qualcuno torna, qualcuno invecchia dove aveva cominciato. Nell’arco di vita di un edificio le sue stanze cambiano abitanti e funzioni molte volte, ma la pianta, decisa una volta sola all’inizio, continua a dire loro cosa devono essere. La stanza «matrimoniale», la «cameretta»: etichette che sopravvivono alle vite che le avevano giustificate.

Dollhouse of Petronella Oortman, Rijksmuseum, Amsterdam
Georges Perec l’aveva capito mezzo secolo fa. In Specie di spazi osserva che la funzione di una stanza è quasi sempre un’etichetta arbitraria appiccicata a quattro muri, non una legge di natura, e che «abitare» è un verbo, un’azione che continua, non uno stato che si esaurisce nel momento in cui si firma un contratto. Progettiamo sostantivi, la cucina, la camera, per persone che invece coniugano verbi, e li coniugano diversamente a ogni stagione della vita.
Qualcuno ha iniziato a rispondere. A Barcellona lo studio Cierto Estudio ha realizzato un edificio di alloggi in cui ogni casa è fatta di quattro stanze uguali disposte attorno al bagno, senza stanza principale né funzioni assegnate. «L’ambiguità e l’equivalenza delle stanze permettono a funzioni diverse di aprirsi nello stesso spazio», spiegano gli architetti. È un principio spaziale, ma anche politico: elimina la gerarchia implicita tra chi cucina e chi lavora, tra chi dorme nella stanza grande e chi in quella piccola. La casa smette di sapere in anticipo chi conta di più.
Qui c’è più di una planimetria flessibile. Una casa che non assegna funzioni non si limita a contenere vite diverse: ne rende possibili di nuove, perché non le ha decise al posto di chi ci vive. È il modo in cui intendiamo la densità, non una questione di metri quadri, ma delle relazioni che uno spazio permette. Uno spazio che non presume è uno spazio che lascia accadere.



Cierto Estudio – La Comunitat Habitacional – Photo José Hevia/Marta Vidal
Per noi è il centro del progetto, non un suo esito gentile. Ci sintonizziamo con i luoghi prima di trasformarli, per anticipare ciò che ancora non è visibile, e ciò che, in una casa, non è ancora visibile è precisamente chi la abiterà tra vent’anni. Progettare per quella persona sconosciuta, e non solo per chi firma il rogito oggi, vuol dire lasciare all’edificio un margine: la capacità di diventare altro senza dover essere demolito. L’esistente contiene più futuro di quanto immaginiamo, a patto di non inchiodarlo a una funzione il giorno in cui lo consegniamo.
La domanda che ci portiamo in studio, allora, non è come far stare più persone in meno spazio. È un’altra, più scomoda: cosa succede se la casa smette di presumere chi la abiterà, e la pianta smette di decidere le vite al posto di chi ci vive?