Privacy e ospitalità

L’idea che una città sia ospitale mette in discussione il livello di privacy dei suoi abitanti. In questo senso il rapporto tra pubblico e privato, ogni tematica abitativa sia urbana che residenziale negozia quantitavimente possibili usi dello spazio e lascia ai progettisti il tema della qualità dei rapporti.
E’ in quest’ottica che affrontiamo il progetto, consapevoli che la proposta programmatica e di proiezione è una visione di un sistema di relazioni e di comportamenti.
Lo spazio abitato è terreno di scontro, palcoscenico e ring di vivi attimi reali. Noi con noi che viviamo con gli altri.
Qui un insieme di regole ci descrivono le modalità ci nascondono la scoperta. Qui richiamiamo la ragione a scegliere tra noi e la comunità.
Forse lo spazio pubblico è il tipo di spazio dove le relazioni sono messe in discussione in maniera più diretta, qui un territorio pensato dalla comunità si offre alla comunità, qui il pensiero steso di comunità si mette in mostra/gioco.
Noi per noi , ma poi gli altri? Questi altri sono sempre più evidenti e nascondono necessità che potrebbero risultare scomode a chi ha pensato quegli spazi così ben organizzati e così previsti per noi.
Questo stato di instabilità e se vogliamo di precarietà riguardo alla nostra identità riduce l’idea di ospitalità a forme e risposte a domande forse vecchie. Dovremmo pensare ad un vuoto possibile ad un territorio d’azione più sgombro dove Guy Debord (Parigi, 28 dicembre 1931 – Champot, 30 novembre 1994 è stato uno scrittore, regista e filosofo francese, tra i fondatori dell’Internazionale Lettrista e dell’Internazionale Situazionista) possa scorrere e ipotizzare nuovi tipi di umano, nuove aperture.
Un’idea di accoglienza
La collettività ci chiede di essere una collettività, l’architettura deve essere leggibile e condivisa per poter essere abitata, ragioni d’ogni tipo convergono a far appartenere un’architettura ad una collettività. Reazioni a contesti specifici, stratificazioni transgenerazionali di organizzazioni sociali, riferimenti religiosi e politici specifici, ambiti e periodi storici.
In sostanza partiamo quasi da zero, non più alcun senso di appartenenza a meno di non circoscrivere il proprio ambito in un territorio specifico che comunque risulta ormai parziale, risicato, protetto all’ossessione. Questo territorio non c’è più e prima era in crisi da dentro , da quando si viene informati della presenza del soggetto con le sue problematiche.
Rimane da rendere ospitale lo spazio, rimane questo problema che insomma sembra importante, per cortesia agli ospiti.
Lo spazio leggibile e incentivante: chiarire i rapporti, chiarire le gerarchie rendere leggibile e utilizzabile uno spazio è un servizio verso chi lo userà. Lasciare che lo spazio sia disponibile, organizzabile, ipotizzabile è offrire un’opportunità e un’apertura a chi abiterà quello spazio.
Leggibilità come ospitalità
L’appartenenza ad un luogo è fortemente legata al livello di leggibilità che questo concede, l’accessibilità, la trasformabilità e indeterminazione richiedono una sorta di neutralità specifica.
Di chi è il mare di chi è la spiaggia, di chi è il deserto, di tutti quelli che si organizzano più o meno ad abitarli. In questa grande ipotesi risiede l’idea di ospitalità, l’ipotesi di abitare la neutralità di elementi forti energetici, le montagne, come Manhattan insiemi riconoscibili e mutevoli, enormi di un’enormità che ci sormonta ci rende simili (come quando piove).
Pubblico e privato, nello spazio fisico si traducono in qualità legate all’accessibilità, al senso di appartenenza, alla privacy, alla proprietà e alla supervisione di unità spaziali specifiche.
In una dimensione intermedia tra individuo e collettività dallo spazio pubblico trasliamo verso quello della casa.
Ospitalità/la chiusura attorno all’apertura/la casa nella casa/microambiente domestico
Qui quello che era inteso come compartimentazione ora vogliamo che sia configurazione, o meglio configurabilità diverse nel tempo che possono determinare diversi gradi di privacy, di interazione tra gli individui.
Alcune proposte
1. cohabitation tools: formulazione di un manuale di
strategie di convivenza all’interno di soluzioni abitative
esistenti
2. community tools: programmazione di un sistema di spazi
comunitari all’interno di un edificio esistente
3. in-between: progettazione di un prototipo che esplori
le possibili combinazioni e i programmi all’interno
di un edificio in cui le relazioni tra pubblico e privato
si combinino in modo da privilegiare la coabitazione e la
condivisione degli spazi
4. territorial claiming: progettazione di un prototipo
urbano che racchiuda all’interno di un ipotetico quartiere
spazi domestici di uso collettivo.

Alessandro Scandurra

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

*