Di chi è la città?

Milano vive un momento di euforia. Dopo anni di stasi in cui gli interventi non riuscivano ad incidere sul tessuto urbano, ora una concentrazione di strategie e di investimenti liberano porzioni di città a programmi e ipotesi di trasformazione. Le dinamiche, che coinvolgono architetti più o meno famosi o emergenti, possono essere collegate ad una ricerca di progettisti che garantiscano un giusto livello di concretezza e organizzazione. Professionisti giovani, che non abbiano, per così dire, abdicato di fronte alle enormi difficoltà della professione e che non si siano ancora del tutto piegati al compromesso.
Finalmente anche in Italia le nuove generazioni si confrontano con temi e situazioni di alto livello, mi è capitato di arrivare terzo al concorso internazionale per il palazzo della regione Lombardia, il dispiacere di essere stato sconfitto è stato, in parte, ripagato solo dal fatto che secondo è arrivato Frank Gehry e quarto Norman Foster.
Un meccanismo estremamente delicato tiene in equilibrio il senso delle azioni di un progettista: megalomania del fatto di determinare porzioni tangibili di realtà , responsabilità civile e opportunismo si intrecciano per determinare le azioni e i pensieri.

Una mappa delle aree industriali dismesse ridisegna le linee di una città desiderabile. Di fronte ad una nuova percezione della forma urbana, la città regionale e territoriale si riconosce lungo i bordi e le arterie di comunicazione più che nelle piazze e nelle enclave elitarie.
Il desiderio di partecipare ad una realtà di trasformazione e di cambiamento, ci fornisce l’opportunità di riappropriarci di alcune porzioni di città , il tema della riconoscibilità dei luoghi ne determina il livello di appartenenza degli individui che li frequentano.
Spesso il territorio è messo alla prova dall’innesto di oggetti ostili e ambiziosi che marcano il paesaggio urbano in maniera confusa o forse con riferimenti ad altri luoghi, sorta di nuovi clichè urbani. La cultura urbanistica italiana dovrebbe difenderci da questo deposito di oggetti di design o almeno strutturare il territorio perché questi siano assimilabili.
Ho incontrato developer urbani molto lucidi al riguardo che controllavano il processo di progettazione in ogni sua parte in modo consapevole, a questi sono grato perché hanno capito l’importanza di un vero dialogo con un progettista. Grazie alla fiducia di developer come Europarisorse con la quale sto progettando la nuova sede della Zurigo assicurazioni mi confronto con scelte e sforzi che rendono le cose possibili a Milano.
L’opportunismo aiuta la città solo se esiste una cultura di riferimento, un territorio intellettuale
sano sul quale confrontare opinioni con un linguaggio e dei codici condivisi. Dopo anni di indecifrabile incomprensione, finalmente si affaccia l’eccitante possibilità di un confronto reale.
Il discorso della qualità e l’importanza di alcuni temi legati a bisogni primari dell’abitare riportano la discussione ad un livello dal quale non si può più prescindere ed anche il mercato immobiliare si confronta e approfitta di questo dibattito culturale. Pensando oggi alla città mi chiedo la città di chi.Chi sono e che desideri hanno gli abitanti? Quali compromessi devono accettare per sentirsi accolti in un territorio che si costruisce con logiche spietate di mercato? La città pubblica è ancora la città di tutti?

Riconosciamo in essa la nostra città? Quali situazioni, attività, luoghi riusciamo a definire come , simbolicamente nostre conosciute e condivisibili? Ci muoviamo in un ambito complesso che va dall’antropologia al marketing, siamo e dobbiamo essere i progettisti di questa società e per questi uomini/abitanti. Veniamo da una crisi disciplinare che lentamente ha cambiato il modo di pensare alla città e ai suoi abitanti, mi riferisco a recenti approfondimenti sull’abitare finalmente inteso nei suoi aspetti più concreti. Problematiche cosi veloci e incontrollabili disabilitano ogni atteggiamento impositivo, bisogna predisporre il campo delle possibilità, includere piani urbani aperti, architetture emblematiche ma attive, pronte ad essere integrate nell’evoluzione del contesto che è sedimento culturale e sociale complesso.

A Milano vi è ora la necessità di un’azione impegnativa che coinvolga cose e persone della città esistente, la necessità di un piano di legittimazione da perseguire mediante una discussione tra l’amministrazione, i cittadini, gli operatori ed i progettisti. Un’urbanistica delle responsabilità che privilegi i princìpi rispetto alle normative, i progetti rispetto ai piani e ricerchi la più alta qualità possibile a partire da una serie di ambiti strategici scelti all’interno della città.
La rottura di schemi e di abitudini nei confronti della città è stata quasi sempre liberatoria, squarci di concretezza che trasformino anche radicalmente il territorio, il coraggio e l’energia di agire cambiando con rapidità il metabolismo della città, consapevoli di innescare nuove possibilità di abitare lo spazio.

Il rapporto uomo – città non è un problema, è una condizione, il vero problema è che cos’ è l’uomo? Quanto ci svela di sé? Con quali codici nascosti conviviamo e quali di questi codici emergono nelle consuetudini dell’abitare la città? Tutte le pulsioni, tutte le necessità sono mimetizzate, mascherate nelle strade e nascoste all’interno di appartamenti, si confrontano con l’idea di spazio pubblico e la condivisione dei luoghi. L’idea della privacy, la dispersione in paesaggi televisivi o di vedute aeree si confondono, ci confondono fino a sovrapporsi, contribuiscono all’affollamento dei desideri di abitare altri luoghi. Noi abitiamo l’utopia, mi chiedo come educare l’utopia, non esiste città senza questa visione, senza questa proiezione.
Le priorità ideali sono e devono rimanere al di sopra degli attriti con la realtà, il lavoro consiste nella possibilità di trasformazione, l’obbiettivo è trasformare il sogno in realtà e non viceversa.

Alla domanda: “Un giudizio estetico su milano.” rispondo “Dipende che tempo fa.”
Milano è silenziosamente violenta, ossessiona, richiama a se come una prova . Non esiste una Milano, lo sapete meglio di me, ormai molti contributi parlano di mappe di Milano, sovrapposizioni ed esistenze parallele. Lavorare a Milano, dormire a Milano, comprare a Milano, la moda, i finanziamenti dall’estero, un territorio che cambia e che va lasciato cambiare, che cresce. E poi quel terrore di Milano di sentirsi provinciale, quella strana modestia che nasconde e rinuncia ad ogni eccesso. La fiducia verso la propria creatività, il valore che l’esperienza dell’imprenditoria privata può far crescere senza timore attraverso il suo opportunismo, il valore dell’intero patrimonio pubblico, l’attenzione agli uomini alla loro realtà.

Alessandro Scandurra
[ pubblicato in Tempi del 17/05/2007 ]

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